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Affaire Moncler, perché al lusso serve un codice etico (ma anche alla moda da bancarella)

Ok, possiamo dire con accettabile certezza che in questi ultimi giorni il “caso Moncler” scatenato da Report sia stato molto più seguito, divisorio e appassionante degli ultimi sviluppi sulla fiducia al Jobs Act. Da parte mia, da quando ho iniziato a occuparmi di questi temi ho sempre associato alla parola “lusso” la parola “etica”, senza moralismi o cattedratricismi, ma per due, essenziali motivi: il primo, perché non credo che oggi la bellezza, soprattutto di un segmento produttivo che si pregia di caratteri di eccellenza e in un certo “superiorità”, sia scindibile dalla bontà, nel vero senso degli antichi Greci di “kaloskaiagathos”), e che un valore espresso in termini monetari debba escludere “valori” in senso più lato. Il secondo, perché, e non mi stancherò mai di ripeterlo, il consumatore di un lusso più avanzato di quello che si ferma alla sagoma di un logo vuole sapere chi ha fatto quell’oggetto, come, dove, quando, di cosa è fatto. E certo se si imbatte in aspetti poco edificanti tende a mollarlo sullo scaffale.

Credo pertanto che non solo sarebbe buono e giusto, ma anche opportuno, che i marchi del lusso si dotassero di un codice etico sul modello di alcune aziende, magari anche di un comitato di controllo che ne seguisse l’attuazione, magari anche intra-brand. Penso, in questo senso, all’ottimo esempio del Responsible Jewellery Council, con sede a Londra, nel cui board siedono rappresentanti di big come De Beers, Piaget, Bulgari, solo per citarne alcuni, e che si impegna nel certificare la provenienza “etica” di metalli preziosi e gemme, sulle orme del Kimberley Process, nato per promuovere i diamanti conflict-free. Anche l’italiana Assogemme ha un comitato etico, qui potete trovare i componenti.

Kering, il gruppo di François-Henri Pinault, possiede già un codice etico, che si può leggere qui, e Lvmh risponde da parte sua con le linee guida di condotta per i suppliers. Insomma, la strada è in qualche modo già intrapresa, ma molto ancora c’è da fare, soprattutto perché alti principi si trasformino in scelte concrete ed efficaci. Mi farebbe molto piacere se aveste delle segnalazioni sul tema, di good practises più o meno già note, per capire insieme a che punto siamo.

Infine credo che l’etica non farebbe bene solo al lusso. Perché è sacrosanto indignarsi se su un prodotto che ha un certo costo si stendono ombre discutibili, ma lo è anche per prodotti low cost, quelli che troviamo nelle grandi catene oppure, ancor più low cost, sulle bancarelle del mercato di quartiere. Su questo aspetto è stato scritto di recente anche un interessante libro, “Overdressed”, di Elizabeth L. Clein. Quindi, è vero, pensiamo bene a cosa stiamo acquistando quando siamo pronti a spendere belle cifre, ma anche quando ci piace la T-shirt da 2 euro made in Bangladesh, o Vietnam, o Filippine. Qualcuno salvi le oche, ma nessuno dimentichi il crollo del Rana Plaza di Savar.

  • Corrado Ballerini |

    L’errore è definire Moncler “lusso”. Moncler è moda e identificazione. Come tanti marchi dei tempi dei paninari la qualità, intesa nel senso più ampio, è scarsa rispetto al prezzo. Se io acquisto un orologio antico sto attento a chi l’ha fatto ecc., se acquisto un Armani non me ne importa niente perchè altro non è che un normale orologio industriale con il logo di Armani

  • Lorenzo |

    Invito chiunque sia interessato all’argomento a visitare la nostra pagina FB o il ns sito http://www.quagga.it per verificare di persona che esistono piccole realtà italiane che sostengono un modello di sviluppo aziendale ( e filosofico di vita) ben diverso da quello di moncler.
    Per soddisfare ogni vs curiosità scrivetemi anche a lorenzo@quagga.it
    Grazie
    Lorenzo

  • catia |

    mi dispiace per le oche, ma di per le persone che in italia hanno perso il lavoro per la delocalizzazione dell’azienda…

  • Valeria |

    Per quanto riguarda le good practices nel lusso si può senz’altro segnalare il gruppo Brunello Cucinelli che riporta la sua “filosofia” (che si traduce anche in caratteristiche quali-quantitative dei capi) anche sul proprio sito web

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