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Tai Ping, dalla Cina anni 50 una storia di tappeti e lusso che ha conquistato anche la Factory di Warhol

Immaginate cosa doveva essere Hong Kong ai primi  del Novecento.  Era quella la città dove era arrivato Sir Elly Kadoorie, filantropo e imprenditore di origini irachene (precisamente di Bagdhad) che a metà Ottocento si era trasferito con la famiglia in India e poi a Shanghai, come dipendente di una delle multinazionali di allora, la David Sassoon & Sons. Suo figlio si chiamava Lawrence e sarebbe diventato imprenditore a sua volta, quando nel 1956, sempre a Hong Kong, fondò la sua azienda di tappeti con un gruppo di amici, con i quali aveva capito che quell'antica arte artigiana avrebbe potuto conquistare il mondo. Fu così che nacque Tai Ping, nome che in cinese significa "grande pace" (bello, no?), dove gli artigiani facevano tappeti a mano, su misura anche nei motivi e nei tessuti. Un anno dopo, Lawrence fece aprire il primo showroom nell'hotel Peninsula, dove passavano i business men di tutto il mondo, tradizionalmente fra gli autori di passa-parola più efficaci, che nel tempo hanno aiutato Tai Ping a diventare quello che è oggi, una delle aziende leader mondiali nel settore. 

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Quello che mi incuriosisce di Tai Ping è il suo essere stata capace di mantenere una produzione di nicchia e di essersi insieme quotata a Hong Kong, dopo aver acquistato nel giro di cinque anni, fra il 2005 e il 2010, due dei marchi più celebri della tapisserie mondiale, vale a dire l'americana Edward Fields e la francese La manufacture Cogolin, entrambe fondate prima di Tai Ping, cioè nel 1935 e nel 1924. 

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I tappeti sono delle opere d'arte, fusioni di seta, lana e fibre vegetali, i disegni si ispirano agli Haiku giapponesi oppure alla Parigi Bohemienne, sono fatti perlopiù a mano nelle manifatture di Nanhai e di Weihei, in Cina, e di Bangkok, a parte quelli prodotti a macchina (a proposito, da Tai Ping si sperimentò per la prima volta anche uno speciale attrezzo che ora viene utilizzato in tutto il mondo). A New York il loro showroom, che sembra però più un museo ed è stato disegnato secondo i dettami del Feng-Shui, è proprio dove si trovava la Factory di Andy Warhol, all'860 di Broadway. 

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Tai Ping, poi, nel tempo si è aggiudicata molti riconoscimenti di sostenibilità, e trovo che questo sia un segno molto importante e prezioso, anche se ahimè, quando sul loro sito si prova a entrare nel blog dedicato al tema, la pagina non si apre… Un ultimo particolare molto carino di questa storia riguarda proprio il logo di Tai Ping, non solo perchè lo ha disegnato Tyler Brûlé, ma perchè evoca un momento esemplare dell'azienda: poco dopo l'inaugurazione della manifattura, Tai Ping ricevette un ordine per un tappeto così grande che gli spazi che aveva a disposizione non bastavano. Si dovette pertanto affittare e montare un'apposita tenda nel giardino circostante. Beh, poco dopo una violenta tempesta squassò Hong Kong e la tenda minacciava di volar via con il tappeto che si trovava a metà della sua lavorazione. Gli operai, però, si rifiutarono di perdere il loro prezioso lavoro, e con molta fatica riuscirono a salvare la tenda e il suo contenuto. Ecco perché il simbolo con cui Tai Ping sta continuando a conquistare il mondo è una tenda mossa da un vento impetuoso.