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Un “Colibrì” spicca il volo. Con un Atlante delle isole remote

Quando ho scoperto, con viva e vibrante soddisfazione, che la nostra Bompiani il 6 novembre avrebbe portato in libreria la versione italiana di un libro che considero meraviglioso, ho pensato "Ecco la notizia perfetta per inaugurare il mio blog" ("Oddio, un altro blog, e basta!", ho percepito come pensiero dominante immediatamente scaturito): l'Atlante delle Isole Remote – questo il titolo, scritto da Judith Schalansky originariamente per mareverlag, casa editrice di Amburgo, e poi ripubblicato in inglese da Penguin -, è infatti un libro breve (nella versione italiana avrà 144 pagine), la carta è spessa e con effetto un po' agée, la grafica degna di un manuale di navigazione che sarebbe piaciuto al capitano Ahab, se avesse avuto tempo di leggere fra un presunto avvistamento di Moby Dick e l'altro.

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E racconta le storie di isole minuscole, tendenzialmente sperdute  e disabitate, ma proprio per questo chicche (in questo caso geografiche) che accendono e sfiziano la mente e vi restano perché possiedono la rara aura della novità.  Insomma, tutto quello che vorrei scovare e raccontare in questo blog, che ho chiamato come l'unico volatile che si nutre del nettare dei fiori, in un certo senso l'alimento migliore che la natura metta a disposizione. 

E mi piace iniziare con un libro a ridosso del triste dato pubblicato da Nielsen, per il quale è calato di un altro 7,8% il già minimo acquisto di libri in Italia. Non mi soffermo a ragionare sulle sfumature cromatiche che hanno scavalcato le vette delle classifiche, ma credo che sia un bel segnale la pubblicazione, coraggiosa, di piccoli libri preziosi come questo Atlante.

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Fidatevi, sarà delizioso passare una serata a sfogliare le illustrazioni, curate dall'autrice (nata sul Mar Baltico, 34 anni),  e leggere le storie di isole come Tromelin, 0,8 km quadrati co 4 abitanti, dove naufragarono diverse navi francesi nel Settecento, oppure St Kilda, nell'estremo nord della Gran Bretagna, che fu evacuata nel 1930 dopo che i suoi abitanti erano stati
decimati da una febbre che nessuno identificò mai; oppure Pingelap, in Micronesia, dove nel 2000 si è finalmente compreso come sia un gene sballato a causare l'incapacità dei 250 abitanti di distinguere i colori. 

Come la stessa Judith ammette nella prefazione, si tratta di "50 isole dove non ho mai messo piede e mai lo metterò". Ma tale consapevolezza non rende forse il viaggio ancora più emozionante?

  • Giulia Crivelli |

    appena torno in italia me lo compro! il mio sogno in realtà sarebbe vivere in un faro. chissà se uno di queste isole ce n’è uno…

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