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Incantevoli, fragilissimi, lontani (pericolosamente) dal tempo: serve subito un nuovo piano per il futuro dei borghi italiani

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Questo e’ Torri in Sabina, provincia di Rieti, paese di mille persone a poche decine di km dall’epicentro del terremoto di stanotte. Questo e’ il panorama che vedo dalla mia casa e del quale sto godendo in questi giorni di vacanza. Sono molto fortunata, lo dicono tutti gli amici provenienti dall’estero che ci capita di ospitare qui ogni estate. Li scopriamo spesso estasiati di fronte a quello che per noi italiani e’ spesso la consuetudine del vedere, ma che per un olandese o un tedesco e’ l’essenza del borgo italiano, antico, silente, sospeso nella storia e fra le storie.

Cosi erano Amatrice, Pescara sul Tronto, e tutti gli altri borghi devastati dall’ennesimo sisma, parola cosi’ terribilmente consueta per chi come me e’ nato sulla terra al confine fra Umbria e Marche. Chi li guarda, soprattutto con occhi d’oltreconfine, li ama proprio per la loro fragilita’, per il loro sfidare il tempo e l’inesorabile spopolamento (compensato solo da chi scappa dalle citta’ o da immigranti), per il loro isolamento, per quei vicoli stretti, petrosi e fioriti. In qualche modo, per la loro mancanza di connessione con il presente, che sia una una rete wifi o un’uscita autostradale.

Quando pero’ il presente irrompe fra quei vicoli, quella fragilita’ di ali di farfalla diventa friabilita’, e l’incanto si frantuma sotto le macerie di quelle case antiche, sollevando commozione in tutto il mondo che quell’incanto lo ha percepito o ne ha solo sentito parlare, magari sognando un giorno di fare un viaggio in quest’Italia.

Ora, io credo che le case centenarie e pluricentenarie di questi borghi possano e debbano diventare edifici antisismici all’avanguardia. Nella mia citta’, Foligno, colpita dal terremoto del 1997, molti antichi palazzi del centro storico ce l’hanno fatta. Ma servono soldi, quasi sempre pubblici, perche’ in questi bei borghi la ricchezza e’ spesso scarsa e capita che i lavori di ristrutturazione siano spesso fatti senza seguire i rigidi criteri antisismici. Serve anche cultura, perche’ come dicevo questi paesi rischiano di diventare bei musei a cielo aperto, immersi in quella amena campagna che i giovani lasciano, lasciando qui solo i loro vecchi e case abbandonate, dove le crepe si allargano di giorno in giorno.

Non sono certo un’esperta di piani edilizi, dunque lascio a chi ne sa piu’ di me ogni proposta o miglioramento legislativo o fiscale. Ma sento forte l’urgenza di un cambiamento, di un abbraccio del presente piu’ che di un suo allontanamento, per quanto questo possa sembrare affascinante e persino desiderabile. Mentre scrivo, questa fragilita’ si estende immobile nella sua bellezza. Fino alla prossima volta, fino a quando una scossa arrivera’ ancora a far tremare i vicoli e le finestre chiuse. Sperando, perche’ in mancanza d’altro non si fa che sperare, che quel silenzio rotto solo dai rintocchi di un campanile non diventi definitivo.