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Amazon e Intel puntano su New York e Londra: perché la settimana della moda di Milano è ancora così poco digitale?

Confesso che solo ora ho scoperto l’esistenza di una Silicon Valley Fashion Week. Non si tratta di una parodia, ma di un evento di due giorni che a maggio ha raccolto a San Francisco start-up, persone e idee sul rapporto fra tutto ciò che è digital e moda. Intanto, Amazon è diventata main sponsor della prima New York Fashion Week Men, e Bezos ha così confermato il suo fiuto lanciandosi subito sul segmento più promettente, quello della moda maschile, ma anche sulla sponsorizzazione della settimana della moda indiana (chiamata Amazon India fashion week, la cui prima edizione ci sarà in ottobre). Sempre a New York, Zac Posen ha presentato un abito realizzato con Google (che a sua volta aveva fornito i Google Glass a Diane Von Furstenberg nel 2012). Alla sfilata di Tommy Hilfiger Twitter ha presentato il suo nuovo servizio “Twitter Halo”, per registrare e condividere video registrati con camera a 360 gradi.
Intel, da parte sua, mentre sta mettendo a punto lo smartwatch con Tag Heuer (a proposito, sarà presentato il 9 novembre a New York), è diventato “patron” del British Fashion Council, per favorire la ricerca su moda e tecnologia, dai wearables in giù. Ha fornito la tecnologia per il MemoMi’s MemoryMirror, uno specchio interattivo collocato negli headquarter della fashion week di New York e da Neiman Marcus, e ha mandato droni su varie passerelle.

E a Milano che succede? Non voglio fare la disfattista, soprattutto in vista di un’edizione molto promettente, ma solo chiedermi perché la nostra settimana della moda, forse la più importante di tutte, sia ancora così carente in termini di innovazione e sperimentazione digitale. La novità è che si trasmettono le sfilate in streaming? Quel genio di Alexander McQueen (che portò il primo ologramma, di Kate Moss, in sfilata nel 2006) lo ha fatto nel 2010. Burberry ha reso shoppable una collezione proprio mentre veniva indossata dalle modelle in passerella. E quest’anno ha dato ai suoi follower su Snapchat la possibilità di vedere la sera prima della sfilata non solo il mero backstage (che Dior peraltro ha già reso visitabile in 3d con una speciale maschera), ma i ritocchi alla nuova collezione fatti nell’atelier. Ovviamente, dopo 24 ore tutto si è cancellato.

La cosa più innovativa che ricordi essere passata sulle passerelle di Milano finora è stato il drone di Fendi, che svolazzò sopra la collezione autunno-inverno 2014-15. Poi, il solito streaming.
Ora, è vero che lo stesso sito della Camera della Moda si è decisamente rinnovato per il meglio, ma davvero non riusciamo a inventare qualcosa di appena più innovativo di un hashtag o di un invito a seguire a sfilata in streaming? Perché i grandi nomi del tech/web si tengono ancora lontani da un pozzo delle meraviglie come Milano?

O forse è che in Italia, come accade un po’ anche in Francia, basta l’heritage dei nomi che sfilano, bastano le location piene d’arte e di storia, a farci dimenticare che oltre a puntare sul passato come punto di forza dovremmo buttarci un po’ di più nemmeno sul futuro, ma sul presente?