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Maggio, tempo di rose: avete mai sentito il profumo di quella di Taif, il tesoro degli altopiani dell’Arabia Saudita?

Nel giro di un mese sono stata due volte nel Golfo Persico, in Qatar e negli Emirati Arabi. Tralascio le mie impressioni su Paesi che mi sono sembrati “lunari”, cioè territori inospitali, vergini e senza passato ma dove l’intelligenza e la creatività umana possono sperimentare e realizzare di tutto. Una delle cose che mi hanno colpito di più è l’intensità dei profumi delle donne. E non si tratta dell’alone alcolico che ti investe spesso a queste latitudini, ma di fragranze di un’intensità oleosa, penetrante, talmente curiose che ti ritrovi a inseguirle con il naso appizzato come quello di un cane da tartufo.
Uno degli aromi più indimenticabili è quello della rosa di Taif, prodotta nell’altopiano dell’omonima città, a circa 2000 metri di altezza, nella parte occidentale dell’Arabia Saudita. A Taif ad agosto possono esserci anche 40 gradi, cioè fa freschino, tanto che la famiglia reale saudita ha scelto la città come residenza estiva. E vista la frescura, il terreno fertile e la relativa abbondanza di acqua, da secoli quella zona è il tempio di questa rosa stupenda, il cui nome ufficiale è “Rosa Damascena trigintifolia”, cioè dai trenta petali, caratteristica che la assomigliare quasi a una peonia.

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A coltivare i cespugli sono circa 2mila piccole aziende, spesso a conduzione familiare, per cui il lavoro più duro si concentra in aprile, quando si procede alla raccolta delle rose: i tempi sono strettissimi, perché bisogna raccogliere i fiori maturi solo fra l’alba e le sette del mattino, dopo di che il calore del sole vaporizzerebbe il loro prezioso olio essenziale. Fino a due secoli fa i petali venivano caricati su cammelli e partivano alla volta della città santa di Makkah, dove la lavorazione era appannaggio di distillatori indiani, fin quando, per risparmiare tempo prezioso, i laboratori furono trasferiti a Taif.
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Sulle origini della “wardh Taifi” si stanno facendo anche studi genetici, anche se molti ritengono che la preziosa rosa sia stata portata lì nel Cinquecento dagli Ottomani dalla lontana valle di Kazanlik, in Bulgaria. Una leggenda invece racconta che sia stato un viaggiatore indiano a portarla da un giardino di Damasco (dove la distillazione delle rose iniziò nel XII secolo), e secondo un’altra le portò a Taif un pellegrino che veniva dalla Persia. Origini a parte, l’economia di Taif è strettamente legata alla produzione dell’attar, l’olio essenziale, che dopo la distillazione viene raccolto in boccette da 11,7 grammi, chiamate “tolah”: servono 10-15mila fiori per riempirne una, che poi viene venduta a un prezzo compreso fra i 500 e gli 800 dollari. L’intera produzione annua è di 16 kg di attar, e il re saudita se ne compra sempre in quantità. Se vi dovesse capitare di procurarvene un po’, gli esperti dicono che va accuratamente analizzato il colore dell’olio, che dev’essere giallo ma non verde, tonalità che ne rivela la scarsa qualità.

Se invece volete assaporare la fragranza in versione “occidentale”, la rosa di Taif è il cuore di profumi come “Rose de Tif” di Perris Monte Carlo, azienda di Gian Luca Perris, creata dal naso Luca Maffei, il “Taif Aoud” di Roja Parfums, firmata dal profumiere britannico Roja Dove per Fortnum & Mason, e “Un Air de d’Arabie – Rose of Taif” di Dorin, maison parigina con sede a Rue Grenier Saint-Lazare celebre per aver fornito fragranze anche alla corte di Versailles.